mercoledì 30 maggio 2007

DISCUSSIONE SU FAMIGLIA, FAMIGLIE, DI.CO. E LEGGE SULLE COPPIE DI FATTO, IN PREPARAZIONE AL ROMAPRIDE DEL 16 GIUGNO. DONNE DI SINISTRA CRITICA

1. Un clima reazionario che investe le donne e tutti i soggetti “eccentrici” rispetto alla famiglia tradizionale.

Assistiamo da tempo ad una preoccupante ondata reazionaria, portata avanti dalle gerarchie ecclesiastiche e dalle destre, che accomuna sotto gli strali della difesa della famiglia tradizionale, patriarcale ed eterosessuale, le donne e le persone omosessuali, vittime entrambe di un crescente clima familista e sessista che vorrebbe ristabilire “l’ordine naturale delle cose” relegando le une al ruolo tradizionale di subalternità agli uomini e gli altri alla discriminazione e all’esclusione perenne.

Il recente dibattito politico sui Di.Co. ha portato allo scoperto questa realtà, facendo emergere tutta la violenza, l’omofobia e il sessismo che in questi anni hanno lavorato a fondo la società italiana, prima con le destre al governo ora con un centrosinistra del tutto subalterno a queste spinte, in un contesto di generale alimentato dallo “scontro di civiltà” della guerra globale che legittima teocons e teodem più o meno all’italiana.

In questo contesto vanno collocati, e si spiegano forse meglio di tanti studi sociologici da talk-show, i ripetuti episodi di violenza omofoba e sessista che hanno coinvolto – e colpito - in particolare le nuove generazioni e che, spesso e per “comodità”, sono stati nascosti dietro l’allarme bullismo. I recenti tragici fatti di Torino sono solo l’ultimo, e drammatico, campanello di allarme di un clima di destra, razzista e sessista che si sta facendo largo nella società, a partire dai giovani, e che non si contrasta certo rincorrendo le destre e la Chiesa sul loro terreno e sui loro valori come invece fa tanta parte della sinistra di governo.

L’ondata familista, quindi, accomuna oggi più che mai (e non solo sul terreno – pur sacrosanto – della solidarietà tra diverse soggettività in lotta) il movimento delle donne e quello lgbtq. Alla rivendicazione delle coppie omosessuali di essere riconosciute in quanto tali portatrici di diritti, la Chiesa contrappone la difesa della “famiglia tradizionale” incentrata sull’oppressione della donna. Non a caso nel discorso pronunciato in occasione della via crucis Ratzinger ha attribuito alla volontà delle donne di non voler assumere il proprio “ruolo tradizionale” la crisi della famiglia. E le dichiarazioni del neo presidente della Cei, Bagnasco sulla famiglia rischiano di farci rimpiangere gli anatemi di Ruini e le sue lettere pasquali alle famiglie. Oggi è quindi necessario unire le lotte del movimento lgbtq per il pieno riconoscimento delle coppie di fatto alla critica della famiglia patriarcale, che rimane ancora uno degli strumenti principali di subordinazione delle donne.

Gli stessi dati sulla violenza sulle donne ci dicono quanto l’istituto familiare sia ancora impregnato di una concezione oppressiva e proprietaria della donna, se è vero che proprio all’interno delle “mura domestiche” si perpetuano, ad opera di mariti, compagni, padri, buona parte delle violenze sulle donne. L’Istat, nella prima indagine interamente dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne pubblicata nel 2004, rileva che in Italia oltre 14 milioni di donne sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita (il 31,09%), da parte di uomini che quasi sempre sono familiari o persone conosciuta, di cui la vittima si fida.

Oltre il 43,8% delle donne che ha subito uno stupro o un tentativo di stupro, lo ha subito in luoghi familiari (a casa della vittima o di amici e parenti). I partner sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevata così come per la violenza ripetuta che raggiunge il 67,1% contro 52,9% dei non partner. Essi sono responsabili in misura maggiore anche di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati ma subiti per paura delle conseguenze. Il 69,7% degli stupri è, infatti, opera loro, il 17,4% di un conoscente e solo il 6,2% è stato opera di estranei.

L'ambito domestico e le relazioni di coppia con partner ed ex partner sono così quelle maggiormente a rischio di violenza per le donne. Ma non solo, la violenza subita dal partner, marito, fidanzato o padre che sia, è la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne come emerge dai dati del Consiglio d’Europa (ottobre 2005). La famiglia, dunque, lungi dall’essere, come viene spesso identificata, un luogo di protezione, di amore, di solidarietà e di accoglienza è per molte invece un luogo che mette in pericolo la vita e produce alcune delle forme più tragiche di violenza.

Per spiegare questi dati non basta certo definire pazzi, maniaci o mostri gli aggressori, ma evidentemente è lo stesso istituto familiare che va rimesso in discussione radicalmente, a partire dalle esigenze e dal punto di vista delle donne che, ancora oggi, ne costituiscono la parte “debole” e subordinata. Denunciare il carattere patriarcale, oppressivo per le donne, della famiglia eterosessuale non significa negare che la famiglia rappresenti, per molte, un luogo positivo di affettività e condivisione della vita, ma vuol dire essere coscienti che, in una società fondata sull’oppressione di genere, la famiglia “tradizionale” riveste un ruolo determinante nel mantenimento e nella riproduzione di questa oppressione. Significa saper mettere in discussione, quotidianamente, i ruoli che la famiglia impone, le relazioni di dominio, più o meno esplicito, che produce. Significa valorizzare tutte le modalità di relazione interpersonale, affettiva, amorosa, diverse dalla famiglia tradizionale – eterosessuale e patriarcale – che, lungi dal voler rappresentare un modello alternativo e antagonista alla coppia eterosessuale – possono scardinare proprio l’idea di modello stereotipato e unico della famiglia “tradizionale” che né incarna i caratteri oppressivi ed escludenti.

2. La famiglia, le famiglie e la critica del patriarcato

Il tema della famiglia, quindi, riprende centralità e accomuna due dati – apparentemente – contraddittori come la volontà di “allargarne i confini”, riconoscendo la pluralità delle famiglie e la molteplicità di forme, come chiede buona parte del movimento lgbtq, ma anche mettendo a critica feroce la famiglia patriarcale come giustamente ha fatto e fa il movimento delle donne. E’ questa contraddizione che ha spesso reso difficile l’approccio di settori del movimento femminista o aree radicali dello stesso movimento lgbtq, con il tema del riconoscimento delle unioni di fatto e dei pacs, sentito però a livello di massa nel “mondo” lgbtq che vive – giustamente – come discriminatoria l’assenza di diritti e tutele cui sono condannate le coppie omosessuali.

Per questo crediamo che sia necessario fare un lavoro di approfondimento, dibattito e confronto su queste tematiche, unendo il patrimonio di critica all’istituzione familiare del movimento femminista ma anche di quello lgbtq, alla capacità di stare sul terreno che oggi oggettivamente lo stesso avversario pone come ambito di scontro, quello del riconoscimento di dignità e diritti per tutte le coppie, per tutte le “unità affettive” che hanno il diritto di definirsi – e voler essere definite – famiglie al pari di quelle eterosessuali. Riteniamo quindi sbagliato ogni atteggiamento “snobistico”, anche a sinistra, che non colga la centralità di questa battaglia e ’avanzamento complessivo che si determinerebbe se, in questo paese in particolare, si riuscisse almeno ad incrinare il predominio e il controllo delle gerarchie ecclesiastiche sulla vita sociale e civile di uomini e donne. La lotta il riconoscimento dei diritti e delle tutele insite nella famiglia eterosessuale anche alle coppie omosessuali oltre che una battaglia di giustizia può, e deve, essere un grimaldello per scardinare proprio l’istituzionalizzazione della “famiglia tradizionale” (che è tale perché “unica” nel modello che propone) e per considerare come portatori\trici di diritti anche i\le singoli\e e chi non concepisce le proprie relazioni affettive come legate ad una coppia.

3. Di.Co. Oovvero la cattiva coscienza del centrosinistra

Se tutto questo è vero, però, si capisce come il quadro offerto dalla discussione politica e istituzionale sia del tutto inadeguato – per usare un eufemismo – rispetto ai bisogni. Il ddl sui Di.Co. – peraltro esso stesso rapidamente abbandonato al proprio destino da un governo del tutto succube e subalterno al Vaticano e alla destra – offre strumenti insufficienti rispetto a quanto richiesto dal movimento lgtbq. Il ddl sui Di.Co. presentato dal Governo ma già “abbadonato” alla discussione del Senato dove i numeri dicono che sarà arduo affrontare la questione, offre però una risposta del tutto inadeguata. E’ evidente che in un paese impregnato, a livello politico e sociale, dalla cultura familista cattolica ogni piccolo avanzamento nella direzione dell’allargamento dei diritti, in particolare alle coppie omosessuali, va salutato positivamente. Non ci si può nascondere, però, che i Di.Co. non si limitano a fornire una risposta insufficiente alle rivendicazioni del movimento lgbtq, ma rischiano di incarnare la certificazione ufficiale – per legge – delle discriminazioni e dell’inferiorità delle unioni di fatto rispetto alla famiglia eterosessuale regolarmente sposata. Salutarli come una reale vittoria significherebbe approvare una condizione di inferiorità indebolendo il proseguimento della battaglia, perché apparentemente (e solo apparentemente) si sarebbe “vinto” contro le destre e ottenuto ciò che si voleva.

La non volontà del centro sinistra di assumere il cuore della battaglia per i pacs, ovvero il riconoscimento PUBBLICO della pluralità delle unioni e delle famiglie, è sancita con l’assenza proprio della contestualità della dichiarazione di convivenza che nel caso dei Di.Co. viene fatta separatamente dalle due componenti della coppia che comunicano tra loro via raccomandata ! In buona sostanza i Di.Co. rischiano di negare in partenza quello che dovrebbero garantire: il riconoscimento (che avviene perché pubblicamente espresso) sociale, civile e politico delle coppie che vi fanno ricorso. In secondo luogo i Di.Co., proprio perché frutto di questa logica, non equiparano affatto i diritti dei contraenti con quelli dei componenti della famiglia tradizionale, mantenendo – e per di più registrando per legge – una disparità odiosa per quanto riguarda il diritto all’assistenza sanitaria del\della congiunto\a (demandato, come già avviene ora, alle singole strutture sanitarie !); richiedendo la certificazione di 9 anni di convivenza per la possibilità di godere di diritti (peraltro neanche definiti esplicitamente, come per la reversibilità della pensione) che, nel matrimonio, si acquisiscono immediatamente; oppure per quanto riguarda l’eredità che, nel caso dei Di.Co., affianca ai diritti dei\delle componenti della coppia quella dei familiari fino al sesto grado di parentela mentre nel caso del matrimonio solo figli e coniugi godono di questo diritto.

In buona sostanza i Di.Co. parlano più della cattiva coscienza del centrosinistra che non di diritti delle coppie omosessuali, e non a caso tutto il dibattito sviluppato in parlamento finora ha visto le forze dell’Unione impegnate a spiegare come la volontà del governo non sia quella di riconoscere le coppie omosessuali ma i diritti delle coppie eterosessuali non sposate, con un’ipocrisia ridicola che ha lasciato ulteriore spazio all’offensiva delle destre. Questa ipocrisia va rotta: il riconoscimento delle coppie di fatto è in primo luogo un elemento di tutela delle coppie omosessuali (che per estensione coinvolgerebbe anche quelle eterosessuali non sposate), le uniche oggi IMPOSSIBILITATE per legge ad accedere ai diritti e alle tutele del matrimonio. Certo sarebbe un bene che nessuno\a fosse costretto a sposarsi per garantirsi il diritto di visita in carcere del congiunto o per avere la reversibilità della pensione, ma gli unici a non poterlo fare in nessun caso, neanche ricorrendo al matrimonio, sono gli omosessuali. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe avere il coraggio di affermare questa verità, di denunciare questa ingiustizia, e di porvi rimedio in maniera conseguente.

4. Una legge giusta riconosce tutti i diritti a tutti\e

Una legge giusta per il riconoscimento delle unioni di fatto, quindi, dovrebbe semplicemente estendere tutti i diritti e le tutele previste nel matrimonio ai contraenti dell’unione, senza condizioni. Il modello spagnolo, nella sua semplicità, rappresenta un esempio particolarmente positivo. Il governo Zapatero (non particolarmente rivoluzionario e nella cattolica spagna) ha “semplicemente” modificato il codice civile affermando che il matrimonio è un’unione di due persone, e non di un uomo e una donna, estendendo automaticamente i diritti a tutte le coppie che desiderino sposarsi. Al di là delle modalità legislative e dei nomi (Pacs, unioni civili, Di.Co…), una legge sulle unioni di fatto deve eliminare le discriminazioni che esistono oggi, riconoscendo pubblicamente la pluralità e molteplicità delle coppie e riconoscendo ad esse tutti i diritti offerti dal matrimonio, da quelli pensionistici a quelli lavorativi, dal ricongiungimento familiare per gli stranieri all’assistenza sanitaria, dal regime successorio all’adozione.

Nel dibattito parlamentare in atto crediamo che la sinistra (e quindi in primo luogo la stessa Sinistra Critica) non possa attestarsi sulla difesa dei Di.Co. contro gli attacchi delle destre, ripetendo anche in questo ambito una logica di “riduzione del danno” che sancirebbe per legge proprio l’esistenza di un danno, cioè di famiglie di serie A e famiglie di serie B. Senza ovviamente correre il rischio di essere accomunati agli attacchi omofobi, razzisti e sessisti della destra è necessario sviluppare una puntuale critica “da sinistra” della proposta del governo, per provare ad ottenere dei risultati concreti sul terreno del riconoscimento PUBBLICO delle unioni di fatto e sulla reale parità dei diritti dei contraenti di queste unioni. Esiste quindi la necessità di una battaglia per dei nuovi diritti, radicalmente emendativa degli stessi Di.Co., che faccia emergere allo stesso tempo le debolezze e le contraddizioni del governo e che denunci la gravità e la pericolosità delle destre, responsabili di alimentare un clima di odio che produce violenze e discriminazioni.

5. Nessuna delega al governo ma centralità al movimento

In questo contesto si capisce quanto sarebbe sbagliato e pericoloso da parte del movimento un atteggiamento di delega nei confronti del governo, che di fatto tenderebbe a smussarne radicalità e malcontento per paura di “disturbare il manovratore” coltivando l’illusione che l’Unione possa davvero concedere il riconoscimento delle coppie omosessuali. La realtà del dibattito politico dell’ultima fase, e in particolare gli equilibri sui quali Prodi ha tentato di superare la crisi, ci dicono invece quanto pesino, anche sulle debolezze del governo, le pressioni del centro cattolico (sia del centrosinistra che del centrodestra) e delle gerarchie vaticane, e come sia davvero illusorio aspettarsi risposte positive da questo governo, in assenza di una forte mobilitazione e conflittualità. Accontentarsi di difendere i Di.Co. così come presentati oggi al dibattito del parlamento, oltre che sbagliato nel merito, può essere controproducente anche nel metodo.

Significherebbe un ulteriore cedimento all’offensiva delle destre, che abbiamo visto all’opera nel family day del 12 maggio al quale diversi ministri dell’Unione hanno annunciato di partecipare, e metterebbe il movimento su un piano inclinato alla fine del quale c’è di nuovo il riconoscimento – questo si – delle discriminazioni oggi in atto e della centralità della famiglia patriarcale come pilastro della società. Più l’attacco familista si fa forte, e violento – nei toni e non solo – più la risposta del movimento deve essere all’altezza della sfida, non cedere sul terreno dei contenuti e della battaglia culturale, né sul piano della partecipazione di massa e della radicalità. In questo contesto il Pride nazionale a Roma del 16 giugno rappresenta un passaggio cruciale per non abbandonare il campo alle destre, rispondere con la mobilitazione di piazza dal Family day e all’ulteriore svolta familista che già si annuncia a partire dal convegno organizzato dalla Ministra Bindi e provare ad ottenere dei risultati, a vincere questa prima battaglia, per incrinare almeno in parte la cappa omofoba e sessista che si respira in questo paese.

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